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Mi chiamo VIRGINIA, ho 24 anni...
Virginia ha appunto 24 anni e una famiglia normale, anche se un filo noiosa. Se ne va di casa, fa cose, vede gente. Chi pensava fosse amore se ne è scappato con dei segreti.
Una mattina, Virginia si trova chiusa in una stanza, obbligata a dover fare conversazione su se stessa con un giudice e una legale d’ufficio.
“Virginia” – pièce teatrale esordita a Varese nel novembre scorso e ora in tournée primaverile - narra una vicenda che pochi sono in grado di conoscere, perché si svolge a porte chiuse: il primo interrogatorio di una persona arrestata.
La sua spavalderia iniziale si stempera e si trasforma via via nel rendersi conto della situazione. Viaggia nella sua vita, si nasconde, cerca una luce dove stare, attacca, cade.
Un dialogo formale eppure intimo con l’istituzione e con le persone che la rappresentano, anche loro - comunque – messe di fronte a se stesse e all’importanza umana del loro ruolo.
Virginia ha poca consapevolezza della responsabilità e della gravità di un reato, ci è arrivata con leggerezza e all’interno di altre situazioni (compagnie, affetti, sfida, incoscienza, sottovalutazione, presunta ininfluenza di un’azione…).
L’Avvocato la difende, ma la spinge anche al cambiamento e la seguirà in questo; il suo ruolo è in equilibrio fra la legge da rispettare e la comprensione delle storie personali; un ruolo da inventare ex novo ogni giorno.
Il Giudice la accusa, ma sa che ogni suo atto fa parte della costruzione del legame sociale positivo, della misura della giustizia, del confine fra essa e l’arbitrio: “La differenza fra vivere in un Paese civile e sparire in un campo di concentramento o in un garage Olimpo la faccio io…”. Per questo non può fare a meno di guardare a fondo negli occhi di ogni imputato.
Oggi la percezione pubblica del lavoro giudiziario è spesso distorta da sensazionalismo. I media esasperano gli aspetti morbosi o efferati, si sa poco o niente sia delle procedure che degli interventi di recupero. Per non dire dei pregiudizi negativi verso categorie, persone, gruppi della società, realtà etniche… un malessere sociale riversato con rabbia contro qualcuno da detestare e punire comunque… e si chiede al giudice di fare solo questo.
“Virginia” è un tentativo di discorso nobile sulla legalità e sull’educazione a essa – un apologo illuminista, come qualcuno l’ha felicemente definito – che si affermi come progetto sociale di giustizia, in grado di diffondere un’idea di responsabilità e consapevolezza personali di fronte a ciò che è lecito e a ciò che non lo è.
Interpretato da:
Alessandra Fiori (Virginia), Maria Francesca Guardamagna (l'Avvocato),
Alessandro Bastasi (il Giudice)
Produzione:
Collettivo di Immaginazione, Varese; Teatro Instabile degli Ambiziosi, Turate (CO);
Edizioni del Gattaccio, Milano; Theoderside
Testo originale:
Giuseppe Battarino, Dolores Fusetti, Luciano Sartirana
Regia:
Luciano Sartirana
Musiche in scena:
Theoderside
Costumi e coreografie:
Dolores Fusetti
Foto di scena:
Tommy Martinelli (Studio Tiemme)
In video: prove e interviste (per gentile concessione VareseNews)