SUNSET PARK
Paul Auster


di Emanuela Scuccato


… Prima veniva “L’altra domenica” di Renzo Arbore in TV, poi… “Tutto il calcio minuto per minuto”!
Seconda metà degli anni Settanta. Provincia delle province. Un padre (e una madre) fissati con il calcio. Domeniche pomeriggio d’autunno, d’inverno e di primavera scandite dalle radiocronache calcistiche in un decennio in cui la trasmissione ideata da Guglielmo Moretti nel ’59 toccava punte di 25 milioni di radioascoltatori. Non vedevo l’ora che il campionato finisse. Ma poi ricominciava… Alcuni anni più tardi, a Milano, fu la volta di “Barsport”, tramissione cult di Radio Pop(olare). Tavolate di amici. La televisione silenziata e le voci di Sergio Ferrentino & C. a farli scompisciare. Loro, gli amici! Perché io ero troppo occupata a sfamare la collettività. Tra una lasagna vegetariana e uno spezzatino di soia, a quell’epoca mi pregiavo di sperimentare “politiche alimentari alternative”, eque e solidali ante litteram. Snobbando naturalmente il calcio e tutti i suoi annessi e connessi. Perlomeno all’apparenza… Come sempre!

…Ma veniamo all’oggi! A Paul Auster! Perché nel suo “Sunset park” io ritrovo dapprincipio, immediatamente e in maniera singolare, il mio imprinting calcistico. Ritrovo le mie domeniche pomeriggio di ragazzina, catturata dal canto delle sirene dei vari Ameri, Ciotti, Provenzali… In questo suo romanzo ritrovo qualche cosa di rassicurante, che si tramanda di padre in figlio. (Perfino figlia.) Cioè un’idea tutta maschile dell’esistenza. Dove il baseball, in questo caso, è un sottotesto che marca i periodi della vita, ricucendone all’occorrenza i margini slabbrati. Dove il baseball è un linguaggio, un modo di comunicare. Dove il baseball è un rito. Ed è una parabola per spiegare… che cosa? Essenzialmente l’inspiegabilità della vita, credo. E l’ineluttabilità, quindi, di viverla fino in fondo. Quasi eroicamente.
“Sunset park” si rivela successivamente un romanzo autunnale. C’è una trama di insicurezza al suo interno. Di sgretolamento. L’America è cambiata, qualche cosa si è rotto. E Paul Auster lo registra come un sismografo. C’è molta NY qui. Ma è come se i protagonisti del plot, i soliti vecchi pionieri del romanzo americano, fossero entrati in una nuova fase. Una fase di irresolutezza. E la città ora non è più la “Big Apple” degli anni Novanta…

Di questo Auster di “Sunset park” mi piace decisamente la scrittura (bravo il suo traduttore, Massimo Bocchiola). Si sente che il nostro è poeta, prima ancora che narratore. Che è uno che la scrittura sa farla “immaginare”. Proprio come il canto delle mie sirene domenicali, che riuscivano a trasportarmi in un’altra dimensione, a prescindere dal fatto che io fossi o non fossi (e non lo ero) interessata alle vicende del maledettissimo campionato di calcio, anche in questo caso la storia, le storie narrate, finiscono quasi col passare in secondo piano. Non importa, per esempio, che il romanzo sia tutto sommato disorganico. E anzi, ciò rispecchia magistralmente la fine del «concetto noto come America». Non importa il perché delle scelte dei personaggi. Semplicemente finisco con l’entrare nella loro orbita. Finisco con l’accettare questi protagonisti così come sono, anche se forse non li comprendo del tutto. Penso che questo sia dovuto in gran parte alla magia della scrittura. Che è molto americana, molto coltamente americana.

Nella raffinata colloquialità di Auster sono riuscita perfino a sentire la eco di Jack Kerouac. Del suo “Vanità di Duluoz” … (E tra l’altro Jack Duluoz, l’alter ego di Kerouac nel romanzo, è uno sfegatato giocatore di palla ovale, un rugbista…).
Consumato esploratore e conoscitore della lingua, giramondo imbarcatosi addirittura su una petroliera in cerca di storie inedite da raccontare (così ci incantano le sue biografie minime), Paul Auster, classe 1947, è oggi uno scrittore di culto. È diventato famoso in tutto il mondo nel 1985 con la pubblicazione della “Trilogia di New York”. Ha scritto anche per il cinema (“Smoke” e “Blue in the Face”) ed è diventato regista a sua volta (“Lulu on the Bridge”, “La vita interiore di Martin Frost”). E naturalmente continua a scrivere sia romanzi che poesia. “Sunset park” non è forse il suo lavoro più riuscito, ma è una buona lettura. Di qualità. Per esempio questo vezzo dei “cammei”, come mi piace definirli… In “Sunset park” ce ne sono diversi. Sono approfondimenti narrativi, diciamo così, di argomenti che evidentemente a Auster stanno particolarmente a cuore. Ecco allora che una delle protagoniste del romanzo, Alice Bergstrom, lavora «part-time al PEN American Center di Broadway, 588, appena a sud di Houston Street». E il PEN è un’organizzazione, unica al mondo, che si occupa veramente, nella realtà, della difesa dei diritti umani degli scrittori. «…scrittori incarcerati da governi ingiusti, scrittori che vivono sotto minaccia di morte, scrittori la pubblicazione delle cui opere è vietata, scrittori in esilio.» A questo, come ad altre questioni, Paul Auster dedica uno spazio ragguardevole. Disturba? No, al contrario! Rende più interessante, più ricco l’approccio alla complessità della nostra epoca. Dando al romanzo un carattere di verosimiglianza talora quasi cronachistica.

È anche in virtù di questo aspetto che mi sono convinta infine che “Sunset park” sia, nel complesso, un romanzo al maschile. Una buona serie di riflessioni al maschile su diversi argomenti, dalla paternità alla vita di coppia fino alla crisi economica e dei valori attuale. Riflessioni che mi hanno intrigato per la loro pacatezza. E anche per una certa pietas che Auster dimostra nei confronti di tutti i suoi personaggi e che, dal mio punto di vista, costituisce la vera cifra sotterranea del romanzo. Che cosa ci resta, infatti, in un’epoca incerta come la nostra, se non il coraggio e la determinazione di affrontare il nostro destino fino all’ultimo inning?


Paul Auster, “Sunset park”, Torino, Einaudi, 2010.