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ASCOLTA! PARLA LENINGRADO... LENINGRADO SUONA!
Sergio Ferrentino
di Emanuela Scuccato
Quando un libro mi tocca nel profondo… diventa una valanga. Che quando giunge a valle…
Signori, non mi vergogno a dire che leggendo “Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona!” ho pianto.
È il 17 novembre 2011, giovedì. Sono seduta in cucina, la stufa spenta. Ci sono 14° e ho freddo. È una limpida mattina di sole, qui sull’Appennino. E io sto leggendo a voce alta il copione di Sergio Ferrentino sull’assedio di Leningrado, nel 1941. Sono con lui negli studi (così si direbbe oggi) di Radio Leningrado. La Radio che allora, per 900 giorni, tanto durò l’assedio da parte dei nazisti, divenne… il metronomo, il cuore pulsante della città sul Baltico.
Ma oggi è anche l’anniversario della morte, nel 1945, di Emilio Canzi, il colonnello anarchico, partigiano «comandante della XIII zona con il nome di battaglia di “Ezio Franchi”». Canzi è sepolto a pochi chilometri da casa mia, in un piccolo cimitero di montagna. Dove la bandiera nera degli anarchici sulla sua tomba passa inosservata. Semplicemente perché nessuno, da queste parti, sa cosa significhi.
Dovrei accendere la stufa, fa freddo. Ma la lettura mi inchioda alla sedia. E mi sento a disagio per questa sensazione di freddo… Che sarebbe stata quasi primavera… per chi di freddo e di fame morì… in quei giorni… a Leningrado…
Da Radio Leningrado Ferrentino ci racconta una città allo stremo. Ma non è Leningrado… il punto. Il punto è la coscienza. «Si può perdonare tutto questo?», fa chiedere l’autore di “Ascolta! Parla Leningrado…” a una delle sue attrici, al “Leggio 6”.
Mentre cammino sulla strada che porta alla chiesetta di Peli, luogo simbolo dell’antifascismo non solo piacentino ma di tutto il nord-Italia, cerco di immaginare che cosa deve essere stata la resistenza su questa montagna. Cerco di immaginare dove si potessero nascondere i partigiani in inverno. Cosa mangiassero. Dove dormissero. Cerco di immaginare la gente di qui. La loro paura… I continui prelievi forzati di generi alimentari… Le violenze… E il grande rastrellamento del novembre 1944… Cerco di immaginare l’incubo di 10.000 soldati della divisione Turkestan, prigionieri di guerra mongoli, che attaccano questo minuscolo paese insieme a ufficiali tedeschi e della RSI per arrivare nella Val Nure…
«Si può perdonare tutto questo?»
Questo… è il punto. Perché tutto questo sta accadendo ancora oggi. Nel mondo. Io sono seduta in cucina e tutto questo accade, ancora e ancora. Nel resto del mondo.
Sergio Ferrentino è soprattutto un autore radiofonico. Bravo e molto noto. Ma “Ascolta! Parla Leningrado…” non è solo un ottimo copione. (Ancora una volta pensato in primis per la Radiotelevisione svizzera e solo successivamente messo in scena al Teatro Litta di Milano, nel gennaio 2010).
Sergio Ferrentino si è immedesimato nei redattori di Radio Leningrado, è entrato attraverso di loro in quello storico assedio al punto che il suo lavoro ha perso la nozione del tempo e del luogo. Tempo e luogo che restano, indubbiamente. Ma si perdono… in chi legge. In me.
Non voglio privare il lettore della scoperta della sensibilità e della poesia che queste pagine racchiudono. E insieme della crudezza di cui vive il racconto. Né voglio risparmiargli l’angoscia di questo viaggio in una trama disperata ed eroica. Dove la Settima Sinfonia di Dmitrij Šostakovi? è… un faro? la speranza? il riscatto?
I vecchi partigiani di Peli che conobbero Emilio Canzi sono tutti morti. L’ultimo, il più giovane, tre settimane fa. Tra i numerosi aneddoti che raccontavano, mi aveva colpito quello del cane. Il colonnello anarchico «non faceva un passo senza il cane». Un cane che aveva trovato lì, a Peli. «Ma intelligente eh… sai quante volte ha sentito i tedeschi prima di noi!»
Ecco, è come se Sergio Ferrentino avesse avvicinato il cane di Emilio Canzi. Nel cerchio d’acciaio che costringe Leningrado a un inferno, Peli a un inferno, solo i cani, infatti, sanno l’odore del loro padrone. Un odore unico. Solo i cani possono raccontare senza impazzire di dolore la storia di quegli uomini e di quelle donne di cui hanno condiviso la sorte fino all’ultimo. (I cani, però, senza capire.)
Da Radio Leningrado passano storie minute. Che in Radio prendono vita. Si trasformano. Qualche volta sono taciute. Radio Leningrado è il cane dei leningradesi.
Stalin diceva che un morto è una tragedia, mentre un milione di morti è una statistica, scrive Ferrentino nella presentazione del suo testo.
Radio Leningrado conosce l’odore dei leningradesi. Per lei i leningradesi non sono una statistica.
Radio Leningrado è un cane fedele.
Fa male, questo copione. È un pugno nello stomaco. Non risparmia particolari tremendi. Perché dal 1941 tutto, a Leningrado, divenne perfettamente assurdo. Anche la Settima Sinfonia di Šostakovi?… Forse!
E forse proprio per questo “Ascolta! Parla Leningrado…” è una delle letture di più alto valore civile che mi sia capitato di avere tra le mani in questi ultimi anni.
I morti nell’assedio di Leningrado sono stati un milione, 750.000 dei quali sono morti di fame e di stenti. A Peli non so. Ha qualche importanza? Per i cani sì, ce l’ha.
Sergio Ferrentino, “Ascolta! Parla Leningrado… Leningrado suona”, Milano, Edizioni del Gattaccio, Collana Theatrika, 2011.
Ivano Tagliaferri, “Il colonnello anarchico - Emilio Canzi e la guerra civile spagnola”, Piacenza, Edizioni di Scritture, 2005.
“Emilio Canzi, Piacenza (1893 - 1945), Un taciturno combattente per la libertà”, Dossier/Supplemento di “A, Rivista Anarchica” n. 316, aprile 2006.