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CINEMA


Eric Rohmer: il cinema della sovversione non sospetta

di Luciano Sartirana


Il regista francese Éric Rohmer se n’è andato giusto un anno fa. Era nato a Tulle il 4 aprile 1920 e in realtà si chiamava Jean Marie Maurice Schérer.
Rispetto a molti suoi compagni di Cahiers e di Nouvelle Vague (in particolare gli uomini di punta, come Truffaut o Chabrol), il suo era un cinema discreto, da compagno di sentiero silenzioso, da sale d’essai pomeridiane, da sentimenti in apparenza solo suggeriti, da storie che quasi escludevano la suspence.

Eppure credo sapesse cogliere la realtà come pochi, perché accettava il rischio di avanzare ipotesi su atmosfere sottili, cingendo tutti i suoi personaggi di un’aura quotidiana eppure luminosa. Ognuno di noi avrebbe potuto entrare in un suo film, vivere una realtà semplice ma che racchiude un multiverso di possibilità, di congruenze tutte da verificare.
Penso alle sue storie sull’amore: "Il bel matrimonio", il famoso e citatissimo "Il raggio verde", o anche "Pauline alla spiaggia"… gesti, sensazioni, aspettative, momenti convogliati con insospettata energia dalla volontà e dall’azione di chi l’amore lo vuole, evitando però il melodramma o il tormento profondo con acrobatica cura. Non servono tinte fosche, a Rohmer, per dirci che l’amore è comunque una cosa complicata, che ne racchiude molte altre e che anche uno sguardo un istante prima o dopo ha il suo peso.

Soprattutto, mi ha sempre colpito il legame tra i piccoli eventi del piccolo quotidiano con quello che succedeva nella società e nella politica. Un legame e un interesse che molti gli negano – è passato anche per un regista di destra, o del piccolo romanticismo – ma che a mio parere ne mostra l’aspetto più solido: il gocciolare della grande storia nelle vite di tutti. Anche quando i personaggi badano solo ai fatti propri.

Non voglio riferirmi ai racconti morali, dove l’intenzione è evidente. Ma, per esempio, a un film come "La fornaia di Monceau", con l’occhio incredibilmente attento alla provincia, alla sua vita, alle sue scelte mancate.
O a quella grande pellicola - squisitamente da ‘68 - che è "La collezionista": i personaggi che hanno gli stessi nomi degli interpreti, la vita in collettivo in un contesto antipolitico per eccellenza (vita da spiaggia e da vacanza), una donna portatrice di dubbio… soprattutto, l’ansia continua di trovare parole, capire le relazioni, ipotizzare vie d’uscita, definire nuovi assetti… sforzo inutile, perché sono borghesi in vacanza, e per loro il linguaggio non è ricerca di verità ma rincorsa formale del momento storico. Nessuno avrebbe definito meglio l’intima posta in gioco di quegli anni.

Non tutti i film di Rohmer sono riusciti. Ma questo indagatore della vita sottotraccia, questo rabdomante della sovversione non sospetta resta senz’altro nei nostri cuori per originalità, stile, capacità politica di osservare fingendo di parlar d’altro.