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IL GIOIELLINO
di Andrea Molaioli
Parmalat, Italia, mondo e furbizia varia
di Luciano Sartirana
Con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Fausto Maria Sciarappa, Lino Guanciale, Vanessa Compagnucci,
Lisa Galantini, Renato Carpentieri, Gianna Paola Scaffidi.
Ah, parla della Parmalat, che storia, che disastro, che casino, che ladri…!
Già se accenni a un film e le prime parole che ti rispondono sono queste, hai l’impressione di sapere già tutto e di averlo già visto in televisione, su giornali, tra le chiacchiere degli scettici e dei bidonati.
Cosa vado a vederlo a fare?
Invece questo è solo il primo dei pregi de “Il gioiellino”. Perché Andrea Molaioli – che avevamo già apprezzato nell’ottimo “La ragazza del lago” – evita con sottile intelligenza la tentazione di fare un film su un fatto, sia pure importante. Non si chiede come sono andate le cose, ma qual è il senso di quelle cose: quali uomini e quali donne, le atmosfere, le azioni apparentemente astute ed evidentemente idiote, il mondo della finanza e dell’industria qui e altrove, il substrato gelatinoso dell’economia politica italiana.
E arriva al nucleo, alla quintessenza di tutto questo.
La Parmalat avrebbe anche potuto non esistere e non avvenire mai; questo film e questo racconto ci sarebbero stati lo stesso, perché la bassa antropologia da provincia italiana avrebbe dato comunque grande materia.
Colpisce come trucchetti da studenti delle medie che falsificano la firma dei genitori convivano con frequentazioni di alta finanza. Toglie il fiato sapere che il destino di migliaia di persone che timbrano il cartellino ogni giorno o che investono risparmi e pensioni in titoli possa essere nelle mani di gente simile.
Angoscia accorgersi che gente simile viene dal nostro stesso passato, prende il nostro stesso aperitivo nella nostra stessa piazza, urla felice per lo stesso gol che fa felici anche noi la domenica.
Un altro punto forte riguarda lo stile. Gesti misurati, parole mai troppe e mai fuori luogo, ritmi di racconto geometrici e di preciso equilibrio fra la vicenda pubblica e quelle private, interni ben raccolti ed esterni quasi turistici, sguardi sempre in grado di dire moltissimo. In altri film avremmo visto ritmi frenetici, riunioni con scontri sempre ad alta tensione, minacce e ricatti, urla. Qui abbiamo uomini normali che riescono a fare cose mostruose; ma – appunto – sempre da uomini normali, la cui vita e le cui azioni rendono quotidiano ciò che è di valenza storica. Nel peggio, naturalmente.
Una terza chiave di lettura è la violenza. Nessuno picchia nessuno. Nessuno estrae pistole contro tutti gli altri. Nessuno minaccia con disprezzo nessun altro. Perfino le reazioni improvvisamente esplosive e volgari del contabile nell’ufficio di una grande banca statunitense hanno un che di grezzo, di bonario, addirittura di tattico che non riusciamo a prendere del tutto sul serio.
Ma c’è la violenza sempre presente, sempre nell’aria, dell’imbroglio dietro le spalle dei collaboratori che più si fidano. C’è l’ordine sussurrato, quasi gentile, del dirigente alla segretaria che le dice se (addirittura suggerendo la possibilità di rifiutarsi…) può fermarsi un po’ di più, per chiudere la porta a chiave una volta che essa sa di dover accettare e accetta per l’ennesima volta. C’è la violenta lotta per il potere in azienda, delimitare i ruoli e alzare i muri, giocare con le carriere, le vite, lo spazio sulle scrivanie. C’è la feroce violenza dell’impresa che condiziona fin i rapporti familiari di chi vorrebbe solo lavorare onestamente. O il tagliente malaugurio finale dell’arrestato contro i giornalisti… di rado si sente così tanta violenza in così poche e sibilate parole.
Un film a più strati, che colpisce per la capacità di cogliere una certa modernità in sole due ore scarse. Un film di politica italiana e di psicologia dell’intimo. Altro che latte…